Studi
Lafaye 1883; Ringwood-Arnold 1960; Cavallaro 1984; Clavel-Lévêque 1984; Weber 1986; Bélis 1989; Caldelli 1993.
Nerone quartum Cornelio Cosso consulibus quinquennale ludicrum Romae institutum est ad morem Graeci certaminis, varia fama, ut cuncta ferme nova. quippe erant qui Gn. quoque Pompeium incusatum a senioribus ferrent quod mansuram theatri sedem posuisset. Nam antea subitariis gradibus et scaena in tempus structa ludos edi solitos, vel si vetustiora repetas, stantem populum spectavisse, ne, si consideret theatro, dies totos ignavia continuaret. Spectaculorum quidem antiquitas servaretur, quoties praetores ederent, nulla cuiquam civium necessitate certandi. Ceterum abolitos paulatim patrios mores funditus everti per accitam lasciviam, ut quod usquam corrumpi et corrumpere queat in urbe visatur, degeneretque studiis externis iuventus, gymnasia et otia et turpis amores exercendo, principe et senatu auctoribus, qui non modo licentiam vitiis permiserint, sed vim adhibeant <ut> proceres Romani specie orationum et carminum scaena polluantur. quid superesse nisi ut corpora quoque nudent et caestus adsumant easque pugnas pro militia et armis meditentur? an iustitiam auctum iri et decurias equitum egregium iudicandi munus expleturos, si fractos sonos et dulcedinem vocum perite audissent? noctes quoque dedecori adiectas ne quod tempus pudori relinquatur, sed coetu promisco, quod perditissimus quisque per diem concupiverit, per tenebras audeat. Pluribus ipsa licentia placebat, ac tamen honesta nomina praetendebant. maiores quoque non abhorruisse spectaculorum oblectamentis pro fortuna quae tum erat, eoque a Tuscis accitos histriones, a Thuriis equorum certamina; et possessa Achaia Asiaque ludos curatius editos, nec quemquam Romae honesto loco ortum ad theatralis artes degeneravisse, ducentis iam annis a L. Mummii triumpho qui primus id genus spectaculi in urbe praebuerit. Sed et consultum parsimoniae quod perpetua sedes theatro locata sit potius quam immenso sumptu singulos per annos consurgeret ac destrueretur. nec perinde magistratus rem familiarem exhausturos aut populo efflagitandi Graeca certamina <a> magistratibus causam fore, cum eo sumptu res publica fungatur. oratorum ac vatum victorias incitamentum ingeniis adlaturas; nec cuiquam iudici grave auris studiis onestis et voluptatibus concessis impertire. laetitiae magis quam lasciviae dari paucas totius quinquennii noctes, quibus tanta luce ignium nihil inlicitum occultari queat. sane nullo insigni dehonestamento id spectaculum transiit; ac ne modica quidem studia plebis exarsere, quia redditi quamquam scaenae pantomimi certaminibus sacris prohibebantur. eloquentiae primas nemo tulit, sed victorem esse Caesarem pronuntiatum. Graeci amictus quis per eos dies plerique incesserant tum exoleverunt.
Traduzione
Sotto il quarto consolato di Nerone, che ebbe come collega Cornelio Cosso, vennero istituiti in Roma i giochi quinquennali, ad imitazione delle gare di Grecia; del che si diedero giudizi diversi, come suole avvenire per le novità. Alcuni infatti rammentavano che anche Gn. Pompeo era stato disapprovato dai vecchi per aver fondato un teatro stabile. Poiché prima di allora era usanza che gli spettacoli si dessero sopra un palcoscenico eretto per l'occasione, con gradinate messe su al momento; oppure, a voler risalire ancora più indietro nel tempo, il popolo aveva assistito agli spettacoli in piedi, per evitare che, potendo starsene seduto, perdesse oziosamente in teatro intere giornate. Almeno si sarebbe dovuta mantenere l'antica usanza di quando i giochi venivano organizzati dai pretori, senza obbligo per alcun cittadino di prendere parte alle gare. Invece le consuetudini patrie, cadute a poco a poco in disuso,ormai rovinavano dalle fondamenta a causa della corruzione importata; sì che tutto quanto al mondo potesse venir corrotto o corrompere, tutto si vedeva in Roma, e la gioventù degenerava col praticare mode straniere, col darsi alle palestre e all'ozio e ad amori disonesti, incoraggiata dal principe e dal Senato, i quali non soltanto avevano lasciato libero corso ai vizi, ma forzavano i nobili a degradarsi sulla scena, sotto l'abito dell'eloquenza e della poesia. Che altro rimaneva, fuorché denudarsi ed infilare i guantoni e addestrarsi a quelle lotte, anziché alla milizia e al maneggio delle armi? Si accrescerebbe forse il prestigio della giustizia e le decurie dei cavalieri adempierebbero meglio la nobile funzione del giudicare se avessero ascoltato da intenditori musiche leziose e canti sdolcinati? Anche le notti erano state consacrate alla corruzione, perché all'onestà non rimanesse disponibile neppure un'ora, ma in quella promiscuità i più pervertiti potessero osare, col lavoro delle tenebre, quello cui durante il giorno avevano cupidamente mirato.
Più numerosi erano quelli a cui tale scostumatezza riusciva gradita: ne adducevano però oneste giustificazioni. Neppure gli antichi – essi dicevano – avevano disdegnato lo svago degli spettacoli, relativamente alle condizioni di allora; e per questo appunto si erano fatti venire gli istrioni dall'Etruria e le corse di cavalli da Turii. Dopo la conquista dell'Acaia e dell'Asia i giochi erano stati meglio curati; però nessun romano di nobile nascita si sarebbe abbassato ad esercitare l'arte scenica nei duecento anni trascorsi dopo il trionfo di L. Mummio, il quale per primo aveva offerto spettacoli di tal genere in Roma. Si era anzi provveduto ad un risparmio, dando al teatro una sede permanente invece di erigerla e di demolirla anno per anno, con enorme dispendio. I magistrati non avrebbero più dato fondo al loro patrimonio, né il popolo avrebbe reclamato i giuochi all'uso greco, col pretesto che quella spesa se l'assumeva lo stato. Le vittorie di oratori e di poeti sarebbero servite di stimolo agli uomini d'ingegno: e per nessuno di quelli chiamati a giudicare sarebbe stato disonorevole assistere a competizioni oneste e ad un lecito svago. All'allegria, non alla dissolutezza venivano dedicate ogni cinque anni quelle poche notti, nelle quali, fra tanto sfolgorio di luci, nulla di disonesto avrebbe potuto rimanere nascosto. In realtà, quei giochi non furono infamati da alcuno scandalo notevole; e le passioni stesse della plebe non si accesero fuor di misura, perché i mimi, sebbene riammessi sulla scena, erano esclusi dai ludi sacri. Nessuno conquistò la palma dell'eloquenza, ma fu proclamato vincitore Nerone. Le feste di foggia greca, che la maggioranza aveva portato in quei giorni, caddero poi in disuso.
(trad. di Azelia Arici)
