Studi
Lafaye 1883; Morelli 1916; Lana 1951; Ringwood-Arnold 1960; Friedländer 1965; Jal 1967; Malcovati 1972; Di Giovine 1988; Leppin 1992; Caldelli 1993, p. 125 cat. 05.
†Capienti mihi in templo et saucium vigilia caput plurimarum arborum amoenitate, euriporum frigore, aeris libertate recreanti obviam subito quidam fuere, quos ab urbis spectaculo Baeticam revertentes sinister Africae ventus in hoc litus excusserat. Quorum unus, vir, ut postea apparuit, litteris pereruditus, subito ad me convenit et “Salve,” inquit “hospes: nisi molestum est, dic nomen tuum; nam nescio quid oculi mei admonent et quasi per nubilum recognosco”. “Quid istic?” inquam “Florum vides, fortasse et audieris, si tamen in illo orbis terrarum conciliabulo sub Domitiano principe certamini nostro adfuisti”. Et Baeticus “tune es” inquit “ex Africa, quem summo consensu poposcimus? Invito quidem Caesare et resistente, non quod tibi puero invideret, sed ne Africae orona magni Iovis attingeret”. Quae cum me videret verecunde agnoscentem, in amplexum effunditur et “ama” inquit “igitur fautorem tuum”. “Quidni amem?” et manu alterutrum tenentes avidissime nascentem amicitiam foederabamus, cum ille interim brevi intervallo usus “et quid tu” inquit “tam diu in hac provincia? Nec in nostram Baeticam excurris nec urbem illam revisis, ubi versus tui a lectoribus concinuntur et in foro omni clarissimus ille de Dacia triumphus exultat? Potesne cum hoc singulari ingenio tantaque natura provincialem latebram pati? Nihil te caritas urbis, nihil ille <princeps> gentium populus, nihil senatus movet? Nihil denique lux et fulgor felicis imperi, qui in se rapit atque convertit omnium oculos hominum ac deorum?” Ad quae ego varie perturbatus “quid nunc vis ego respondeam, o quisquis es? Mihi quoque ipsi hoc idem mirum
videri solet, quod non Romae morer; sed nihil est difficilius quam rationem reddere actus tui. Quare desine me in memoriam priorem reducendo vulnus dolorum meorum rescindere. Propitia sit illa civitas, et fruantur illa quibus fortuna permittit. Quod ad me pertinet, ex illo die, cuius [quo] tu mihi testis es, postquam ereptam manibus et capiti coronam meo vidi, tota mens, totus animus resiliit atque abhorruit ab illa civitate, adeoque sum percussus et consternatus illo dolore, ut patriae quoque meae oblitus <et> parentum carissimo rum similis furenti huc et illuc vager per diversa terrarum”.
Traduzione
Mentre indugiavo in quel tempio e cercavo di ricreare la mente stanca della veglia tra l'amenità di numerosi alberi, nel fresco dei canali, nella libertà dell'aria, all'improvviso mi vennero incontro alcuni che, mentre tornavano nella Betica dopo uno spettacolo cui avevano assistito nell'Urbe, erano stati spinti su questo lido da un vento sfavorevole proveniente dall'Africa. Uno di essi, un uomo, come si rivelò poi, molto erudito, d'un tratto si volse verso di me e mi disse: "Ti saluto, o forestiero: se non ti spiace, dimmi il tuo nome.
Infatti gli occhi mi richiamano alla memoria un non so che e ti riconosco come attraverso una nebbia". "Che fai qui?" gli dico Tu vedi Floro e forse anche lo avrai ascoltato, se pure hai assistito alla mia gara in quella riunione di tutto il mondo che ebbe luogo sotto il principe Domiziano". E il Betico: "Tu sei quell'Africano, di cui noi abbiamo reclamato la vittoria, col massimo consenso di tutti? Tuttavia Cesare non voleva e resisteva, non per odio contro la tua giovinezza, ma perché non fosse l'Africa a ottenere la corona del gran Giove". Vedendo che io assentivo con pudore a queste parole, mi abbracciò e mi disse: "Saluta dunque un tuo sostenitore!". Ed io: "Perché non dovrei salutarlo?" e tenendoci reciprocamente la mano con molto desiderio cementavamo la nascente amicizia, quand'egli, in una breve pausa mi chiese: "E che hai fatto tu tanto tempo in questa provincia? Non vai alla nostra Betica né torni a rivedere quella città dove i tuoi versi sono cantati dai lettori e in tutto il Foro esulta il famosissimo trionfo sulla Dacia? Come puoi con questo singolare ingegno, con tante doti naturali sopportare l'oscurità della provincia? Non ti muove per nulla l'amore della città, la nostalgia del popolo vincitore delle genti e del Senato, per nulla infine la luce e lo splendore di quel felice impero che a sé trascina e volge gli occhi di tutti, uomini e dei?". Ed io, preso da vario turbamento: "Che vuoi che ti risponda? Chiunque tu sia, anche a me sembra strano, quando ci penso, di non vivere a Roma. Ma nulla è più difficile che rispondere alle tue domande. Perciò cessa di riaprire la mia dolorosa ferita, riportandomi alla memoria il passato. Sia propizia quella città a coloro cui la sorte concede di goderne. Per quel che mi riguarda, dal giorno di cui tu mi sei testimone, dopochè mi vidi strappare dalle mani e dal capo la corona, tutta la mia mente, tutto il mio animo sono fuggiti da quella città e non desiderano ritornarvi: io sono così colpito e affranto da quel dolore che, dimentico anche della mia patria e dei genitori carissimi, simile a un pazzo, vago qua e là per le più opposte parti del mondo.
(trad. di J. Giacone Deangeli)
