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Categoria: Testimonianze letterarie

 

Studi

Lafaye 1883; Vandenberg 1984; Bélis 1989; Caldelli 1993, Fini 1994.

 

Interea senatus propinquo iam lustrali certamine, ut dedecus averteret, offert imperatori victoriam cantus adicitque facundiae coronam qua ludicra deformitas velaretur. Sed Nero nihil ambitu nec potestate senatus opus esse dictitans, se aequum adversum aemulos et religione iudicum meritam laudem adsecuturum, primo carmen in scaena recitat; mox flagitante vulgo ut omnia studia sua publicaret (haec enim verba dixere) ingreditur theatrum, cunctis citharae legibus obtemperans, ne fessus resideret, ne sudorem nisi ea quam indutui gerebat veste detergeret, ut nulla oris aut narium excrementa viserentur. Postremo flexus genu et coetum illum manu veneratus sententias iudicum opperiebatur ficto pavore. et plebs quidem urbis, histrionum quoque gestus iuvare solita, personabat certis modis plausuque composito. Crederes laetari, ac fortasse laetabantur per incuriam publici flagitii. Sed qui remotis e municipiis severaque adhuc et antiqui moris retinente Italia, quique per longinquas provincias lascivia inexperti officio legationum aut privata utilitate advenerant, neque aspectum illum tolerare neque labori inhonesto sufficere, cum manibus nesciis fatiscerent, turbarent gnaros ac saepe a militibus verberarentur, qui per cuneos stabant ne quod temporis momentum impari clamore aut silentio segni praeteriret. Constitit plerosque equitum, dum per angustias aditus et ingruentem multitudinem enituntur, obtritos, et alios, dum diem noctemque sedilibus continuant, morbo exitiabili correptos. Quippe gravior inerat metus, si spectaculo defuissent, multis palam et pluribus occultis, ut nomina ac vultus, alacritatem tristitiamque coeuntium scrutarentur. Unde tenuioribus statim inrogata supplicia, adversum inlustris dissimulatum ad praesens et mox redditum odium. ferebantque Vespasianum, tamquam somno coniveret, a Phoebo liberto increpitum aegreque meliorum precibus obtectum, mox imminentem perniciem maiore fato effugisse.

 

Traduzione

Il Senato intanto, per evitare lo scandalo, in prossimità delle gare quinquennali offre all'imperatore la vittoria nel canto, e vi aggiunge la corona dell'eloquenza per mascherare l'onta dell'esibizione istrionica. Ma Nerone dichiarò che non abbisognavano intrighi né atti d'autorità da parte dei senatori, perché, in condizioni pari di fronte agli altri concorrenti, dalla scrupolosa lealtà dei giudici egli avrebbe ottenuto una palma ben meritata. E dapprima recita sulla scena un suo carme, poi, reclamando la folla a gran voce che esponesse in pubblico tutte le sue capacità – usarono queste testuali parole – entra nel teatro, osservando tutte le regole delle gare di cetra: non sedersi quando era stanco, non tergersi il sudore se non colla veste che indossava, far sì che nessuna secrezione della bocca o del naso fosse visibile. Da ultimo, piegato il ginocchio e fatto colla mano un gesto di ossequio a quell'assemblea, stava con ansia simulata in attesa del verdetto. E la folla di cittadini, avezza ad incoraggiare rumorosamente anche la mimica degli attori, rumoreggiava con ritmi in cadenza e con applausi concertati. Avresti potuto credere che si divertissero; e forse si divertivano davvero, incoscienti della pubblica vergogna.

Ma quelli che erano accorsi dai municipi lontani e dall'Italia ancora austera, roccaforte degli antichi costumi, e quelli che, immuni dalla corruzione perché vissuti in remote province, erano venuti con incarico di ambascerie o per interessi privati, non sopportavano quello spettacolo né reggevano alla degradante fatica: e poiché le loro mani maldestre cedevano alla stanchezza, confondendo il gioco degli esperti, cadevano su di esse frequenti i colpi dei soldati, distribuiti nei vari settori a vigilare che non vi fosse neppure un attimo di minore strepito e di neghittoso silenzio. È accertato che parecchi cavalieri rimasero schiacciati nel tentativo di superare i passaggi strettissimi, stipati di folla; altri vennero colpiti da una malattia mortale per essere rimasti giorno e notte, senza interruzione, immobili sui loro sedili. In verità, più forte era la paura di non aver presenziato allo spettacolo: chè molti in palese, e più ancora in occulto, spiavano i nomi ed i volti, l'entusiasmo e il disgusto dei convenuti. Per cui alle persone di minor conto venivano inflitti castighi immediati; contro le più ragguardevoli si dissimulava momentaneamente il rancore e lo si faceva scontare più tardi. E dicevano che Vespasiano veniva chiamato dal liberto Febo, perché cedeva al sonno: le preghiere di uomini influenti lo salvarono, non senza difficoltà, ed egli sfuggì alla rovina imminente, in grazia del destino più alto che gli era riservato.   

(trad. di Azelia Arici)